Breve Storia della legione romana:
La storia militare di Roma
repubblicana ed imperiale si identifica tradizionalmente
con quella delle sue legioni. Ciò non è completamente esatto
perché molti altri furono i fattori specifici che contribuirono
alla sua grandezza: in pratica la potenza bellica che essa
seppe esprimere si basò anche su un sapiente uso delle milizie
alleate, delle forze mercenarie, di un'ingegneria di primo
ordine e di una cultura guerresca saldamente mantenuta viva
dall'elite politicamente dominante.
Tuttavia non è sempre agevole ricostruire con esattezza
la sua storia militare: è impossibile ripercorrere le varie
fasi dell'evoluzione che l'organizzazione dell'esercito
ha subito nel millennio della sua storia. Troppe volte,
miti e tradizioni si intrecciano con essa, ricreando così
una storiografia spuria che deve essere continuamente e
compiutamente rivisitata e rinnovata.
Comunque mai nessun altro esercito, antico o moderno, ebbe
simili soldati: a volte turbolenti e scontenti, altre persino
strumento dei propri capi, ma sempre formidabili combattenti
e non per un tempo limitato ma per secoli. Per secoli le
legioni, sempre limitate nel numero, furono mezzo per mantenere
integra la supremazia romana, grazie ad un ferrea disciplina,
un addestramento minuzioso e capaci comandanti.
La decadenza dell'Impero fu accelerata quando le legioni,
semplicemente, cessarono di esistere come forza combattente,
viceversa finché furono poste in grado di affrontare il
nemico, anche se a volte sconfitte in battaglia, vinsero
le guerre, sempre. Del resto si può ragionevolmente affermare
che quando i soldati illirici o pannonici scomparvero dallo
scenario delle battaglie, per venire sostituiti da barbari
che nascondevano la loro ignoranza sotto una vernice di
romanità, oppure quando la fanteria pesante legionaria dovette
cedere il suo ruolo principe a turmae di cavalieri africani
od orientali, allora veramente iniziava il declino definitivo,
il punto di non ritorno, per la potenza militare di Roma.
|
La vita delle legioni inizia con Roma stessa, fin dall'epoca della
sua fondazione (753 a.C. circa) il termine legio
indicava quell'insieme
di cittadini-soldato che prendevano le armi al richiamo del loro
re (legio deriva da lego = leva). I contingenti con cui si formava
la legione erano basati sulle tribù (tre nel periodo reggio: Ramnes,
Tities, Luceres), ognuna delle quali forniva, 1000 fanti e 100 cavalieri,
così che la legione era composta da 300 cavalieri e 3000 fanti.
La legione, comandata dal re, era congedata alla fine del conflitto,
ai suoi ordini erano i tribuni militum, uno per ciascun contingente
di fanteria fornito, ed i tribuni celerum per gli squadroni di cavalleria.
Verosimilmente la nobiltà combatteva nelle prime linee dello schieramento,
perché meglio armata ed equipaggiata. L'armamento doveva essere
quello tipico dell'epoca: corazza, elmo e schinieri di cuoio, scudo
di legno, rinforzato da elementi di metallo, una picca (lancia),
e la spada. Lo schieramento, in battaglia, avveniva con un fronte
compatto, fanti al centro e cavalleria sulle ali, con i combattenti
più capaci e meglio armati nelle prime file, davanti a tutti i velites
(soldati armati di lance, che scagliavano contro il nemico in avvicinamento
per poi ritirarsi dietro lo schieramento).
La prima vera riforma dell'ordinamento dell'esercito si ebbe con
Servio Tullio (578-534 a.C.) contemporanea a quella sociale,
la popolazione venne divisa in cinque classi a seconda del reddito
(censo) ogni classe in centurie (maggiore il reddito maggiore il
numero di centurie), per un totale di 193, ognuna delle quali doveva
fornire 100 uomini validi all'esercito. Nella prima classe erano
inclusi i cittadini con maggior censo, aveva quindi un numero maggiore
di centurie e forniva anche i contingenti di cavalleria. Il resto
della milizia era fornito dalle restanti classi. L'ordinamento della
legione aveva per base la decuria e la centuria, mentre la cavalleria
era divisa in turme (tre decurie). La formazione era analoga alla
precedente, 3000 uomini su sei righe di profondità e 500 file di
fronte, che si muoveva all'unisono contro il nemico, con davanti
sempre i velites.
Completavano l'organico alcune unità di fabri, cornicines, tubicines
e di rorarii, specie di fanteria armata alla leggera. I cittadini
con un reddito inferiore agli 11.000 assi erano riuniti in un'unica
classe e venivano esentati dal prestare servizio militare.
Un'ulteriore suddivisione fra juniores e seniores intervenne probabilmente
solo più tardi, i primi formavano l'esercito di linea mentre i secondi,
uomini tra i 45 ed i 60 anni, costituivano i reparti dell'esercito
di riserva.
Questo tipo di formazione aveva indubbi vantaggi,
era un complesso
monolitico difficilmente arrestabile una volta in movimento che
schiacciava il nemico, ma aveva in se anche evidenti difetti,
mancava di flessibilità e di manovrabilità e in seguito come
formazione tattica fu abbandonata.
Nacque allora il
manipolo per la necessità di avere reparti
più manovrabili e capaci di agire con più elasticità. I 10 manipoli
degli hastati, i più giovani, si ponevano in prima linea, quindi
seguivano altri 10 manipoli di principes ed infine altrettanti manipoli
di triarii, i veterani: se
hastati e principes contavano 120
uomini per ogni unità, i manipoli di triarii erano formati solo
da 60 combattenti ciascuno, mentre la cavalleria rimaneva divisa
in decurie e turme.
La fanteria leggera, i velites, non era inquadrata in unità organiche
ma poteva combattere sia autonomamente in alcune fasi tattiche,
che frammista ai reparti di fanteria pesante.
In pratica la legione manipolare era formata da:
|
1 centuria
|
=
|
10 manipoli
|
hastati
|
=
|
1200
|
hastati
|
|
1 centuria
|
=
|
10 manipoli
|
principes
|
=
|
1200
|
principes
|
|
1 centuria
|
=
|
10 manipoli
|
triarii
|
=
|
600
|
triarii
|
| |
|
|
|
|
1200
|
velites
|
|
1 decuria
|
=
|
10 turmae
|
equites
|
=
|
300
|
equites
|
La forza di un'unità legionaria era di circa 4200 fanti a cui
si aggiungevano 300 cavalieri. Con legioni così composte Roma
conquistò praticamente tutta l'Italia.
Il loro numero usuale era di due (ciascuna agli ordini di un console),
poi portate a quattro durante le guerre sannitiche. Il supremo potere
militare, l'
imperium militiae, era detenuto dai consoli,
dai pretori e dal dittatore, quest'ultimo con un comandante in seconda,
il
magister equitum. In età imperiale sarà il principe ad
avere il comando supremo, esercitato per mezzo di delegati, i
legati
Augusti, di rango e grado diverso in base all'importanza del
dislocamento della legione.
Fra gli ufficiali la legione annoverava:
- 6 tribuni militum, di cui uno di rango senatorio, detto
laticlavius, dall'ampia striscia di porpora (clavus) che orlava
la sua tunica, e cinque di rango equestre, detti angusticlavi.
Essi in coppia comandavano la legione per due mesi, tenendo
il comando un giorno o un mese per uno.
- legati: ufficiali aggiunti, di solito nominati dal
Senato in seguito alle proposte del comandante, che affiancavano
ed assistevano.
- 60 centuriones: comandanti delle centurie, nominati
dai tribuni e provenienti dalle truppe, erano ufficiali subalterni
(duces minores). Ogni manipolo ne contava due: il centurione
che comandava la centuria di destra, centurio prior, comandava
tutto il manipolo e quindi aveva ai suoi ordini il centurione
della centuria di sinistra, centurio posterior. Gli hastati
erano agli ordini di 10 centuriones priores e 10 centuriones
posteriores, e così i principes ed i triarii. Il grado più elevato
fra i centuriones priores era tenuto dal centurione del primo
manipolo dei triarii, detto primus pilus.
- 60 optiones: comandanti in seconda della centuria.
- 30 decuriones: in ogni turma di 30 cavalieri c'erano
3 decurioni, dei quali il più anziano comandava la turma.
- 12 praefecti alae: alti ufficiali romani, 6 per ciascuna
delle due alae, in cui erano aggregati i contingenti degli alleati,
inquadrati in cohortes di fanteria e in turmae di cavalleria.
In battaglia, i legionari si disponevano su tre linee: nella prima
gli astati, armati di una lunga lancia (hasta); nella seconda i
principi (che in origine formavano la prima linea: princeps = il
primo); nella terza i triarii, veterani destinati a sostenere l'urto
finale.
Tutti erano armati di una corta spada (gladius) e di un grande scudo
rettangolare (scutum). Il combattimento era aperto dai veliti, un
corpo di giovani armati alla leggera con un fascio di giavellotti.
Con la legione combattevano i fanti e i cavalieri degli alleati
italici (socii). La cavalleria occupava le ali dello schieramento
(per cui era chiamata alae).
Il numero dei milites di ciascuna unità poteva variare ed essere
incrementato fino a giungere sui 5000-6000 uomini. Furono tuttavia
le guerre puniche che videro dilatarsi il numero delle legioni arruolate.
Trattandosi di una guerra che interessava praticamente tutto il
bacino del Mediterraneo, è evidente che Roma dovette compiere uno
sforzo bellico senza precedenti per mettere in armi fino a 26 o
27 legioni nello stesso anno.
Nel I secolo a.C., il console
Gaio Mario creò un esercito
permanente di volontari e suddivise la legione in
10 coorti
(una coorte era composta di 600 soldati, cioè formata dall'unione
di 3 manipoli, uno di hastati, uno di principes, uno di triarii,
portati ciascuno a 200 uomini), unità tattiche più forti dei manipoli.
In sostanza fu abolito il vecchio sistema del reclutamento per censo
e furono arruolati tutti i volontari in possesso della cittadinanza
romana. Spariva inoltre il velite (sostituito da truppe ausiliarie),
che diventava fante come gli altri, e soprattutto non vi erano più
differenze di armamento fra hastati, principes e triarii,
ma
tutti diventavano fanti legionari.
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I legionari indossavano una
tunica di lana con maniche corte e lunga fino al ginocchio,
sopra cui mettevano una corazza a strisce e scaglie metalliche
(lorica segmentata) che proteggeva la parte superiore del
corpo. In testa avevano l’elmo (galea) e ai piedi pesanti
sandali di cuoio fatti di parecchi strati di suola e guarniti
di borchie (caligae). La principale arma offensiva era il
pilum o giavellotto. Ogni soldato ne aveva due. Era composto
da una punta temperata in ferro e da un gambo in ferro non
temperato inserito in un pesante manico di legno. Al contatto
col bersaglio il gambo si piegava e l’arma non poteva essere
riutilizzata dai nemici. Per il combattimento ravvicinato
c’era il gladius, spada corta usata di punta e portata sul
fianco destro. Il fianco sinistro era coperto dallo scutum
rettangolare e convesso che offriva al corpo la massima protezione. |
La riforma di Mario ridusse anche le salmerie (impedimento);
ogni
soldato portava tutto con sé, persino il materiale per accamparsi:
il suo fardello pesava 30-40 chili.
La cavalleria, inoltre, non era più formata con elementi italici,
ma era tratta da truppe ausiliarie.
Gli italici potevano arruolarsi
nell'esercito regolare, perciò le truppe ausiliarie (auxilia) erano
reclutate nelle province: le coorti romane erano così affiancate
da frombolieri iberici e cavalieri galli. La legione coortale
di Mario si schierava su due linee di coorti, a scacchiera. Gli
ausiliari reclutati nelle province militavano in corpi di 500-1000
uomini destinati a sostenere il primo urto nemico. Grazie alle loro
competenze, l'esercito guadagnò in flessibilità: i Siriaci, ad esempio,
erano abilissimi arcieri, i Traci magnifici cavalieri. Al congedo,
gli ausiliari ottenevano la cittadinanza romana.
Giulio Cesare (59-44 a.C.) modificò in parte lo schieramento
portando le coorti su tre linee, quattro in prima linea, e tre in
seconda e terza linea, queste ultime utilizzate anche come riserve.
La coorte era una formazione che sia numericamente che per armamento
la rendeva utilizzabile anche isolatamente.
Dal I secolo a.C. le legioni venivano identificate anche con
un numero d'ordine, anche se esso variava con le operazioni annuali,
successive ad ogni arruolamento. Durante le guerre civili, ciascun
comandante numerò autonomamente le grandi unità ai suoi ordini,
mentre si iniziò ad identificarne qualcuna con un soprannome e probabilmente,
per motivi di propaganda ed anche per rendere in qualche modo un
certo onore alle unità legionarie che si erano distinte, furono
aggiunti dei titoli onorifici.
La legione coortale rimase l'elemento predominante della forza
romana anche durante il principato ed il periodo medio imperiale.
Alla fine della repubblica, l'esercito era costituito da 45 legioni.
Augusto (dal 27 a.C. al 14 d.C.) le ridusse a 25, ma vi affiancò
i corpi alleati, che fornivano un contingente di fanteria pari a
quello romano e uno, assai maggiore, di cavalleria. Esse avevano
un numero e un nome che indicava per lo più il paese dove avevano
compiuto notevoli fatti d'arme o dove si erano formate:
per esempio
la legio I italica fu formata da Nerone con reclute italiche.
Il comandante della legione si chiamava legatus Augusti pro praetore.
Ogni legione mandava qua e là distaccamenti (vexillationes), o come
guarnigione di qualche città, al comando del praefectus castrorum,
o come distaccamento, al comando del praepositus.
L'espansione
dell'impero fu tale che intorno al 100 d.C. l'esercito era composto
in maggioranza da non italici.
In età imperiale l'esercito divenne permanente: era un esercito
mercenario arruolato per la durata di 25 anni, che veniva mantenuto
e stipendiato, e partecipava alla divisione del bottino di guerra.
A servizio finito i soldati andavano in congedo (missino), ma volendo,
potevano ancora rimanere nelle file dell'esercito (evocati Augusti).
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Ogni legione aveva per insegna
un'aquila d'oro ad ali spiegate, portata sulla cima
di una grande asta dall'aquilifer (alfiere); vi erano
anche insegne particolari per ogni corpo della legione
(coorte, manipolo o turma); perciò ogni legione ebbe:
- l'aquila che simboleggiava l'intera legione;
- 10 bandiere (vexilla) per 10 coorti;
- 60 bandiere minori (signa) per le 60 centurie,
- 10 simili a bandiere minori per le turmae.
|
Inoltre queste bandiere servivano a
trasmettere degli ordini
visivi sul campo di battaglia: i soldati dovevano seguire
con lo sguardo i loro stendardi. Ogni manipolo (raggruppamento di
due centurie) possedeva un
signum affidato a un signifer
che indicava il cammino da seguire nella marcia e in battaglia.
La cavalleria, invece, seguiva un portatore di
vexillum chiamato
vexillarius.
In secondo luogo, i soldati dovevano obbedire ai segnali
sonori,
alla voce dei loro superiori, ma anche agli squilli di tromba e
di corno. Questa segnava la sveglia e il cambio della guardia; ma
serviva soprattutto per la tattica. In battaglia venivano utilizzati
tre strumenti: la
tuba (tromba diritta) era destinata a tutti
gli uomini, ai quali dava il segnale dell'assalto o quello della
ritirata, come pure della partenza dal campo. Il
cornu (corno),
che è una tuba ricurva e rinforzata da una barra metallica; in battaglia,
esso suonava per i portatori di signa. La
bucina, una tuba
più corta e con un disegno leggermente arcuato. Normalmente, trombe
e corni suonavano insieme per avvertire che si doveva avanzare verso
il nemico, ma non solo, ogni istante della battaglia era segnalato
e cadenzato da particolari squilli, che organizzavano così gli spostamenti
e i movimenti sul campo delle truppe e l'avvicendarsi dei manipoli,
lo spostamento della cavalleria, l'attacco dei veliti o dell'artiglieria
ecc.
Non bisogna però tralasciare uno dei numerosi
fattori di successo dell'esercito romano, ovvero la sua abilità
nel costruire: strade, ponti, campi e accampamenti.
Un esercito che si spostava in paese nemico non sempre trovava pronti
i supporti e le comodità cui l'aveva abituato il mondo romano, e
quindi doveva intervenire sul territorio attraversato per garantirsi
il massimo di sicurezza.
Questi lavori non venivano effettuati in un modo qualsiasi, né erano
affidati a persone qualsiasi. Era normalmente la fanteria, in particolare
quella delle legioni, che forniva la manodopera, mentre la cavalleria,
anche quella degli ausiliari, assicurava la sorveglianza e la protezione
del cantiere.
Per avanzare rapidamente in paese nemico, i generali si preoccupavano
di poter disporre di vie facili da percorrere. I fanti provvedevano
ad abbattere gli alberi quando si attraversava una foresta, a eliminare
i massi ingombranti e, in pianura, a prosciugare all'occorrenza
persino paludi di piccole dimensioni. Spianavano il terreno, o quantomeno
disponevano dei segnali che indicavano la direzione da seguire.
Successivamente, non appena consolidata una posizione, era sempre
l'esercito che provvedeva a rendere definitiva la percorribilità
sulle strade, cosa di primaria importanza per garantire facili e
veloci rifornimenti e comunicazioni.
| L'attraversamento dei corsi
d'acqua rappresentava un'altra difficoltà, davanti alla quale
c'era da scegliere fra tre soluzioni diverse. Si poteva fare
appello alla marina per attraversare il fiume in barca. Oppure,
sempre con l'aiuto della marina, si costruiva un ponte di
imbarcazioni disponendo delle navi affiancate, disposte bordo
a bordo che venivano solidamente legate l'una all'altra, e
poi veniva sistemata su di esse una passerella. Infine, si
poteva costruire un vero e proprio ponte, in legno o in pietra
(scelta spesso privilegiata perché offriva il vantaggio di
solidità e di una via di fuga in caso di repentina ritirata,
in questo caso il ponte veniva distrutto appena dopo il passaggio
delle truppe). |
 |
Ma la qualità organizzativa andava oltre:
tutte le sere, la legione
doveva essere riparata all'interno di una conta difensiva. Questi
campi provvisori nel corso della marcia, temporanei (castra aestiua),
costruiti e distrutti quotidianamente, differivano dai campi permanenti
(castra biberna, statiua) in particolare per dimensioni e
materiali utilizzati.
Prima di costruire un campo, bisognava scegliere accuratamente il
sito. Un suolo in pendenza era preferibile: esso favoriva l'evacuazione
delle acque, l'aerazione, e rendeva più agevole l'uscita di fronte
a eventuali assalitori.
Poi, bisognava fare attenzione che vi fosse acqua in quantità sufficiente
per sostenere un assedio. Infine, i responsabili dovevano assicurarsi
che la posizione fosse difendibile: per esempio, che la posizione
non fosse dominata da un'altura da dove il nemico poteva facilmente
lanciare giavellotti, frecce e pietre sulla guarnigione.
I soldati cominciavano con lo spianare il terreno, poi costruivano
le difese. Una volta che il terreno era stato spianato, prima di
dare il via alla costruzione del fossato e del muro, un agrimensore,
a partire dal centro del campo, usando uno strumento chiamato
groma,
disegnava la dislocazione delle vie e del muro (sembra si chiamasse
groma anche il punto centrale del campo).
Così tracciati i perimetri e le vie principali per ottenere la fortificazione
più semplice, si scavava prima di tutto un fossato (fossa), con
sezione a V. La terra che ne era tolta veniva depositata subito
a ridosso verso l'interno, e poi veniva spianata, in maniera da
creare un terrapieno, una specie di camminamento di ronda sopraelevato
(agger), al di sopra del quale veniva costruita una palizzata di
legno (vallum) o, più raramente, un muretto di terriccio, o di pietra,
che poteva essere dotato di torri o bastioni sostenenti pezzi di
artiglieria come scorpioni, catapulte e baliste.

Affianco alla palizzata, internamente, veniva lasciato sempre uno
spazio vuoto (in tervallum) destinato a raccogliere frecce e giavellotti
che eventualmente superavano il muro di cinta; questa zona aveva
anche lo scopo di accelerare gli spostamenti all'interno della fortezza.
Accuratamente rinforzati erano poi i quattro accessi del campo,
poiché, evidentemente, essi costituivano altrettanti punti deboli
del muro. Venivano adottate due soluzioni: un piccolo ostacolo in
parallelo col grande recinto e collocato giusto sull'asse del passaggio
(titulum) in maniera da infrangere lo slancio di un assalto; oppure
il muro veniva prolungato verso l'interno e verso l'esterno con
due quarti di cerchio ("piccola chiave" (clauicula)).
In realtà, data la relativa fragilità di questo tipo di costruzione,
che veniva messa in piedi in poche ore, quel che si temeva soprattutto
era l'effetto d'urto prodotto da un assalto. L'obiettivo che ci
si prefiggeva quindi era di infrangere lo slancio dell'eventuale
assalitore. Davanti alla fortezza, inoltre, i legionari scavavano
delle buche al fondo delle quali collocavano tronchi d'albero completi
dei loro rami: questi ostacoli portavano il nome di "piccoli cervi"
(ceruoli).
Le vie delimitavano spazi rettangolari all'interno dei quali si
installavano delle tende; la più importante, quella del comandante
generale, presentava gli stessi caratteri sacri di un tempio. Molto
vicino si trovava l'auguratorium, dove venivano presi gli auspici.
In prossimità era installata una tribuna, da dove il comandante
in capo amministrava la giustizia e pronunciava discorsi, quindi
gli alloggi per gli ufficiali e i soldati.
Poi bisognava destinare un certo spazio alle installazioni di uso
collettivo: un laboratorio assicurava la riparazione delle armi
danneggiate; un ospedale dove venivano curati gli uomini, ed esisteva
anche un'infermeria per gli animali.
E, naturalmente, non poteva mancare un luogo pubblico, il forum.
Quando si descrive questo campo, con i diversi lavori che ne assicurano
la difesa, con l'organizzazione estremamente complessa delle sue
parti interne, e quando si pensa che tutta questa struttura era
costruita ogni sera su un sito nuovo e distrutta ogni mattina, non
si può fare a meno di trarne una conclusione:
ogni ufficiale
doveva sapere perfettamente quali erano le sue competenze, e ogni
soldato doveva conoscere molto bene i propri compiti in modo da
non perdere tempo. Queste esigenze implicavano un reclutamento
di qualità e un allenamento molto spinto.
Segue un testo (tratto dagli Annali) dello storico latino Tacito
che mostra come all'epoca di Augusto, esistesse una marina, un esercito
delle frontiere composto da legioni e unità ausiliarie, e infine
da truppe di stanza a Roma.
| "Passò, allora, Tiberio rapidamente
in rassegna il numero delle legioni e le province che avrebbero
dovuto difendere; cosa che ritengo anch'io di dover fare
qui, parlando dei corpi armati... Due flotte, l'una presso
il capo Miseno, l'altra vicino a Ravenna, presidiavano l'Italia
nell'uno e nell'altro mare; accanto poi alle spiagge della
Gallia, stavano le navi rostrate che, catturate nella battaglia
d'Azio, Augusto con un forte equipaggio aveva mandato al
Foro Giulio. Il nerbo più forte dell'esercito era, per altro,
presso il Reno: Otto legioni che erano di presidio contro
i Germani e contro i Galli; la Spagna, invece, da poco soggiogata,
era occupata da tre legioni. Il re Giuba aveva accettato
come dono dal popolo romano il dominio sui Mauri; mentre
le altre regioni dell'Africa e d'Egitto avevano il presidio
di due legioni, e da quattro legioni era sorvegliato per
tutta la sua vastità il territorio dai confini della Siria
fino al fiume Eufrate, col quale confinano gli Iberi, gli
Albani ed altri regni, che la nostra potenza protegge contro
signorie straniere... Due legioni in Pannonia e due in Mesia
tenevano le sponde del Danubio, mentre altrettante ve n'erano
in Dalmazia, che, per la natura del luogo collocate a tergo
di quelle, sarebbero state rapidamente richiamate da luoghi
non lontani, qualora in Italia fosse stato necessario un
intervento improvviso, per quanto accanto a Roma vi fossero
di stanza milizie speciali, tre coorti urbane, nove pretorie,
quasi tutte arruolate nell'Etruria e nell'Umbria, o nell'antico
Lazio o nelle colonie fondate anticamente dai Romani. Inoltre,
nei luoghi più opportuni delle province vi erano le triremi
alleate, la cavalleria e le coorti ausiliarie, forze di
importanza non minore delle altre." |
Il tipo di legione augustea durò per circa 150 anni, con l'unica
variante di rendere miliaria, cioè di 1000 uomini circa, il doppio
dell'organico usuale, la prima corte di ciascuna unità. Le riforme
militari di
Adriano (117-138 d.C.) e
Settimio Severo
(193-211 d.C.), pur nella loro visione globale del problema, non
intaccarono l'essenza delle legioni, ma furono di importanza fondamentale
in altri campi (paghe, tattica, reclutamento…).
Dal periodo di
Adriano in poi l'Impero tendeva ormai solo
a difendersi sia dalle forze esterne, costituite dalle popolazioni
barbare che premevano ai confini, che da quelle interne: il senato
e le antiche magistrature ormai non erano che vuota parola, da tempo
senza potere, ed era per pura continuazione della tradizione che
alcuni imperatori recavano loro ossequio formale. Il cristianesimo,
il depauperamento delle campagne, le crisi finanziarie, le epidemie
ed infine l'esercito, erano gli elementi più evidenti che contribuirono
alla destabilizzazione del potere centrale. L'apparato militare
era ad un tempo elemento di crisi con le continue sollevazioni e
gli ammutinamenti, ma era anche l'unico mezzo con cui si salvava
l'unità territoriale dell'Impero.